Cosa c’è dietro il sorriso del clown?

Quanto è logoro l’animo di un artista nascosto dietro la maschera del suo personaggio?

 “I Pagliacci” disegna una realtà circense senza tempo e luogo perché il dramma artistico possa essere sempre riconosciuto e contestualizzato. La storia di sei clown che organizzano una rapina e finiscono per sbranarsi come iene per scoprire il traditore che si nasconde tra loro non applica altro che il trucco da pagliaccio all’originale trama “Reservoir Dogs” firmata Quentin Tarantino. E’, questo, il primo passo verso una chiave di lettura comprensibile in maniera graduale. Il secondo step cognitivo è da ricercare nel movente.

“I clown spinti dalla fame causata dalla crisi artistica”

Il vero “colpo” per un artista, ed in questo caso per un pagliaccio, è mettere in scena uno spettacolo. Ne consegue che il vero “bottino” di uno spettacolo sono gli applausi ed il consenso del pubblico. Viene introdotta la metafora del metateatro, l’allegoria dello spettacolo nello spettacolo. Perno principale dell’intera messa in scena saranno le risate, quelle che un clown sa donare, e che richiede, al suo pubblico per poter vivere.

Da una metaforica analisi della figura del clown, possiamo ottenere una corretta chiave di lettura dello spettacolo. Il pagliaccio è un artista poliedrico, tanto semplice quanto articolato e complesso. Lui, con il suo trucco che gli fa da maschera per i suoi personaggi, con la sua fame di applausi e consensi, è la chiara immagine del fabbricante di sogni che si sforza invano di emozionare un pubblico incolto.

Il testo presenta il teatro inteso come gioco di emozioni: quelle generosamente donate dall’artista e quelle non ricambiate dal pubblico. Un viscido scambio impari che si pone alla base della vera crisi dell’attore. Un baratto tra abili mercenari, illusionisti con un’unica domanda che li distrugge dentro:

“Quale prezzo hanno i sogni?”

Oltre la realtà circense, oltre il malcontento dell’artista, oltre il sorriso del clown: la vera natura della crisi dell’arte.

 

 

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